Da dove nasce il valore del lavoro, e come viene riconosciuto a chi lo produce? Quale futuro attende le nuove generazioni? Due episodi molto diversi del 17 ottobre diventano lo spunto per una riflessione sui diritti, sulle disuguaglianze e sulla responsabilità della politica di offrire risposte che vadano oltre l’ordine pubblico.
Due libri, due sguardi sul lavoro
Sabato 17 ottobre 2026, alla Sala Isimbardi di Muggiò, si è tenuto l’incontro «Brianza: il lavoro e il valore del fare». L’iniziativa, nata per presentare «Una lunga storia, il lavoro in movimento, Monza e Brianza» del sindacalista Matteo Casiraghi, è stata ampliata dall’Amministrazione comunale con «OMECO di Clemente Marelli 1971-2019. Una storia importante», dell’imprenditore Clemente Marelli.
I due libri guardano al lavoro da punti di vista diversi. Casiraghi ne ripercorre la storia in Brianza dalla metà del Settecento agli inizi del Duemila, raccontando trasformazioni produttive, imprese, lavoratori e mobilitazioni sociali. Al centro ci sono salari, organizzazione, sicurezza, salute, dignità e diritti: conquiste da difendere, insieme ai doveri e alle responsabilità di tutti. Il lavoro non è soltanto un fatto economico, ma anche una questione di emancipazione sociale, partecipazione e progresso tecnologico.
Il libro di Marelli racconta invece una piccola industria nata dall’iniziativa personale e dalla valorizzazione delle competenze tecniche. Ne emerge un’azienda gerarchica, con un forte ruolo decisionale dell’imprenditore. A mio avviso, un’impostazione anche paternalistica: il titolare si prende cura dei dipendenti, ma tende a decidere per loro, limitandone l’autonomia.
Mi ha colpito il richiamo dell’imprenditore al fatto di aver sempre pagato puntualmente i dipendenti. Un comportamento doveroso, che non dovrebbe essere considerato una particolare concessione: la retribuzione è un diritto di chi lavora, il riconoscimento del suo contributo all’attività produttiva.
Al di là delle differenze, entrambi i volumi offrono spunti interessanti e permettono di guardare alla storia economica e sociale della Brianza attraverso le esperienze di chi ha fatto impresa e di chi ha lavorato nelle imprese.
Di chi è il valore del lavoro?
Vorrei però soffermarmi sul titolo dell’incontro: «Brianza: il lavoro e il valore del fare». Può sembrare una questione di parole, ma a suscitare la mia perplessità è proprio quella «e». È soltanto una congiunzione oppure finisce per separare il «lavoro» dal «valore del fare»?
Perché il valore viene accostato al «fare» e non direttamente al «lavoro»? E che cosa intendiamo, esattamente, quando parliamo di valore? Non metto in discussione l’importanza dell’iniziativa imprenditoriale, ma temo che un’espressione simile possa suggerire, anche involontariamente, una maggiore attenzione al ruolo dell’imprenditore rispetto a quello dei lavoratori.
Il valore del lavoro, invece, nasce dall’insieme delle persone che vi partecipano: da chi investe e organizza, ma anche da chi mette ogni giorno a disposizione competenze, tempo, fatica e responsabilità. Dovremmo chiederci come questo valore venga distribuito: quale parte resta a chi dirige e quale a chi contribuisce a creare ricchezza con il proprio lavoro? Non è una contrapposizione tra impresa e lavoratori, ma una domanda sulla qualità delle relazioni e sulla giustizia sociale. Separare questi aspetti rischia di restituire una visione parziale di una realtà che, per sua natura, è collettiva.
Dagli scontri alle domande dei giovani
Quello stesso sabato, a Milano, una manifestazione contro il carovita è degenerata in gravi scontri. Due episodi difficili da accostare. Eppure, ripensando a quella giornata, mi è sembrato che parlassero entrambi, seppure in modi opposti, del presente e del futuro del lavoro.
Le violenze non possono essere confuse con le ragioni di chi manifesta. Ma i disordini non dovrebbero impedire di interrogarsi sulle condizioni sociali da cui nasce il disagio. In Italia e in altri Paesi, le mobilitazioni si inseriscono in un clima segnato da guerre, difficoltà economiche, disuguaglianze e servizi pubblici sotto pressione. A mio parere, pesano anche gli effetti di un modello economico neoliberista che ha indebolito le tutele e accentuato le distanze sociali. Comprendere il disagio non significa giustificare la violenza, ma affrontarne le cause.
Penso soprattutto alla Generazione Z, cresciuta attraversando un doppio isolamento: quello sanitario, durante la pandemia, e quello digitale, che spesso ha ridotto le occasioni di relazione. Si aggiungono l’incertezza sul futuro, le difficoltà nell’accesso al lavoro e la paura che le trasformazioni economiche e tecnologiche riducano le opportunità di studio, autonomia e partecipazione alla vita sociale.
Di fronte a queste difficoltà, non basta rispondere in termini di sicurezza e ordine pubblico. Il rispetto delle regole è necessario, ma lo Stato dovrebbe prevenire il disagio attraverso istruzione, protezione sociale, servizi pubblici e politiche che offrano prospettive concrete. Quando la risposta si concentra sulla forza, si rischia di mettere in secondo piano i compiti dello Stato di diritto: tutelare le persone, ridurre le disuguaglianze e promuovere opportunità.
Sabato 17 ottobre 2026 è stato così, ai miei occhi, il giorno di due epoche diverse. Una giornata in cui si è parlato del lavoro che c’era e di chi non sa se il lavoro l’avrà mai.
Una giornata in cui si è parlato e agito a partire da esperienze e aspirazioni differenti. Una giornata che non permette di dividere facilmente meriti e colpe, ma che ci ricorda quanto questo momento sia socialmente e politicamente delicato. E quanto ci sia bisogno di attenzione, responsabilità, presenza e partecipazione democratica.
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