L’inchiesta “Fondata sul Lavoro” promossa da Sinistra italiana Lombardia e Unione Giovani di Sinistra Lombardia racconta una realtà che migliaia di giovani lombardi conoscono bene, ma che troppo spesso viene liquidata come una questione di “mancanza di voglia” o di scarso spirito di sacrificio. I numeri emersi dall’indagine mostrano invece una condizione molto diversa: quella di una generazione che lavora, studia, si forma, ma che continua a non riuscire a costruirsi un’autonomia reale.
La domanda “perché i giovani non escono di casa?” continua a tornare nel dibattito pubblico, spesso accompagnata da giudizi superficiali. Eppure i dati raccontano un’altra storia. In Lombardia il 55% degli under 30 vive ancora con i genitori. Non per scelta, ma perché il costo della vita, la precarietà lavorativa e salari insufficienti rendono sempre più difficile immaginare un percorso indipendente.
Uno degli aspetti più critici emersi dall’inchiesta riguarda proprio l’ingresso nel mondo del lavoro. L’apprendistato, nato come strumento per coniugare formazione e occupazione, si è progressivamente trasformato in qualcosa di molto diverso. Molti giovani raccontano di contratti lunghi, stipendi inferiori rispetto a quelli ordinari e percorsi che raramente si concludono con una stabilizzazione.
Tre anni di lavoro, sacrifici e rinunce che spesso non producono né sicurezza economica né una reale crescita professionale. In molti casi manca perfino un vero accrescimento delle competenze, trasformando l’apprendistato in una forma di lavoro sottopagato utile soprattutto ad abbattere il costo della manodopera. È quello che l’inchiesta definisce uno “sfruttamento formativo”: lavoratori giovani impiegati con minori tutele e minori salari, senza che alla fine del percorso esista una prospettiva concreta di continuità.
Le conseguenze di questa precarietà si riflettono direttamente sulla vita quotidiana. Solo il 20% degli under 30 intervistati è riuscito ad acquistare una casa, quasi sempre grazie al sostegno economico della famiglia d’origine. Il 30% vive invece in affitto, ma con stipendi che vengono assorbiti in larga parte dal costo dell’abitare. Senza un contratto stabile diventa quasi impossibile accedere a un mutuo, pianificare un progetto di vita o anche solo immaginare una prospettiva di lungo periodo.
Il risultato è quello che molti studiosi definiscono un “blocco biografico”: una generazione costretta a rimandare continuamente il momento dell’autonomia. Non si rinvia soltanto l’uscita di casa, ma anche la possibilità di costruire una famiglia, investire sul proprio futuro o vivere pienamente la propria età adulta.
Dall’inchiesta emerge però anche una richiesta politica molto chiara. I giovani non chiedono misure temporanee o bonus occasionali, ma cambiamenti strutturali: una legge sul salario minimo, l’abolizione degli stage gratuiti, maggiori garanzie contro l’abuso dei contratti precari e apprendistati che offrano davvero formazione e concrete possibilità di stabilizzazione.
Il problema non è che i giovani non vogliono diventare adulti. Il problema è che il lavoro, oggi, troppo spesso non permette più di esserlo. Una società che non riesce a garantire autonomia alle nuove generazioni non sta semplicemente rallentando: sta bloccando il proprio futuro.
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