L’Europa ama definirsi la culla della democrazia. Eppure, oggi, in un numero crescente di Paesi, la difesa dello Stato di diritto è diventata una delle principali questioni politiche. Non si discute più soltanto di quali politiche economiche e sociali adottare, ma delle regole stesse che consentono il confronto democratico.
In Germania il cordone sanitario contro AfD, in Francia il fronte repubblicano contro il Rassemblement National e in Ungheria la convergenza attorno a Péter Magyar raccontano una contraddizione: forze politiche profondamente diverse arrivano a mettere da parte le proprie differenze per impedire l’affermazione di progetti considerati illiberali. In Serbia, invece, la mobilitazione studentesca ha messo in discussione il sistema di potere di Aleksandar Vučić, mentre in Polonia lo scontro sull’indipendenza della magistratura è arrivato a coinvolgere la stessa legittimità del Tribunale costituzionale.
Anche fuori dall’Europa, il Brasile dimostra quanto la tenuta delle istituzioni possa diventare terreno di scontro politico, con le contestazioni sulle procedure elettorali e sul riconoscimento dei risultati. In Italia, intanto, gli attacchi politici alla magistratura e le proposte di rafforzamento dell’esecutivo sollevano interrogativi sull’equilibrio tra i poteri.
Situazioni diverse, accomunate da una questione fondamentale: come può una democrazia difendersi da chi ne mette in discussione le regole senza finire per indebolire la propria rappresentatività?
I cordoni sanitari possono essere strumenti legittimi e, in determinate circostanze, necessari. Ma non possono diventare l’unica risposta politica.
Quando la competizione elettorale si riduce alla necessità di impedire la vittoria dell’avversario, il confronto sui programmi passa in secondo piano. Le differenze tra le forze politiche si attenuano, gli elettori faticano a riconoscersi nelle alternative proposte e cresce la percezione di un sistema chiuso, interessato soprattutto alla propria conservazione.
È un circolo vizioso: per difendere le istituzioni si restringono le alternative politiche, alimentando quella sfiducia di cui si nutrono proprio le forze che si vorrebbero arginare.
La crescita delle destre radicali non nasce però soltanto da questa contraddizione. Salari insufficienti, precarietà, difficoltà nell’accesso alla casa, indebolimento dei servizi pubblici e disuguaglianze hanno contribuito ad alimentare la distanza tra cittadini e istituzioni. Non spiegano da soli il consenso verso proposte illiberali, ma rappresentano problemi ai quali la politica deve dare risposte concrete.
La democrazia non può essere difesa soltanto attraverso le sue regole, per quanto indispensabili. Deve dimostrare di essere capace di migliorare le condizioni materiali delle persone, garantire diritti e offrire possibilità reali di partecipazione e cambiamento.
Altrimenti rischiamo di trovarci in un paradosso: difendere con ogni mezzo le istituzioni democratiche senza riuscire a ricostruire la fiducia dei cittadini nella loro capacità di rappresentarli. E allora la domanda rimane aperta: quanto a lungo può reggere una democrazia che chiede di essere difesa, ma che una parte crescente della società non percepisce più come uno strumento di cambiamento?
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