La protesta al Martin Luther King di Muggiò ha riportato al centro una questione che riguarda la scuola, ma anche il rapporto tra giovani Non siamo solo il futuro. Siamo il presente. La protesta al Martin Luther King di Muggiò ha riportato al centro una questione che riguarda la scuola, ma anche il rapporto tra giovani e istituzioni: la necessità di essere ascoltati prima che il malessere diventi protesta.
Alcune settimane fa gli studenti dell’istituto sono scesi in sciopero per portare all’attenzione della scuola alcune questioni concrete: continuità didattica, maggiore certezza nelle uscite e nei percorsi formativi e una dirigenza più disponibile al confronto.
Secondo quanto riferito dagli studenti, le loro richieste non avrebbero trovato un confronto adeguato con la dirigenza, che avrebbe minimizzato le criticità sollevate. La protesta è così uscita dalle aule ed è arrivata davanti ai cancelli dell’istituto. Accanto agli studenti erano presenti anche docenti, personale ATA e genitori.
Al di là delle singole questioni, c’è un elemento che merita attenzione: quando il dialogo manca, la protesta può diventare l’unico spazio disponibile per farsi ascoltare.
Noi giovani sappiamo quanto sia importante avere uno spazio in cui poter partecipare, discutere e confrontarci. La scuola dovrebbe essere uno dei primi luoghi in cui impariamo a farlo. Per questo non possiamo essere considerati soltanto destinatari delle decisioni degli adulti. Abbiamo il diritto di esprimere critiche, avanzare proposte e mettere in discussione ciò che non funziona.
Per anni abbiamo sentito parlare di una generazione disinteressata, distante dalle istituzioni e poco incline alla partecipazione. Ma quando troviamo una ragione concreta per mobilitarci, dimostriamo di esserci.
E soprattutto, non siamo soltanto il futuro. Siamo il presente. Viviamo oggi la scuola, il lavoro, le nostre città e le difficoltà della società. Non possiamo essere invitati continuamente ad aspettare il nostro turno, con la promessa che un giorno saremo noi a decidere.
Non ci basta sentirci dire cosa dovremmo fare per costruire il futuro. Vogliamo poter contribuire a decidere il presente, avanzare proposte, criticare ciò che non funziona e prenderci gli spazi che ci spettano.
La mobilitazione del Martin Luther King racconta proprio questo: non vogliamo limitarci a subire decisioni prese da altri. Vogliamo discutere, proporre e avere voce sulle questioni che riguardano direttamente la nostra vita.
Per questo il dialogo non dovrebbe essere una risposta alla protesta, ma il modo per affrontare i problemi prima che diventino conflitto.
Ascoltarci non significa darci sempre ragione. Significa riconoscere che abbiamo il diritto di essere ascoltati e presi sul serio.
Perché mentre ci dicono che siamo il futuro, noi vogliamo essere il presente!
Le istituzioni: la necessità di essere ascoltati prima che il malessere diventi protesta.
Alcune settimane fa gli studenti dell’istituto sono scesi in sciopero per portare all’attenzione della scuola alcune questioni concrete: continuità didattica, maggiore certezza nelle uscite e nei percorsi formativi e una dirigenza più disponibile al confronto.
Secondo quanto riferito dagli studenti, le loro richieste non avrebbero trovato un confronto adeguato con la dirigenza, che avrebbe minimizzato le criticità sollevate. La protesta è così uscita dalle aule ed è arrivata davanti ai cancelli dell’istituto. Accanto agli studenti erano presenti anche docenti, personale ATA e genitori.
Al di là delle singole questioni, c’è un elemento che merita attenzione: quando il dialogo manca, la protesta può diventare l’unico spazio disponibile per farsi ascoltare.
Noi giovani sappiamo quanto sia importante avere uno spazio in cui poter partecipare, discutere e confrontarci. La scuola dovrebbe essere uno dei primi luoghi in cui impariamo a farlo. Per questo non possiamo essere considerati soltanto destinatari delle decisioni degli adulti. Abbiamo il diritto di esprimere critiche, avanzare proposte e mettere in discussione ciò che non funziona.
Per anni abbiamo sentito parlare di una generazione disinteressata, distante dalle istituzioni e poco incline alla partecipazione. Ma quando troviamo una ragione concreta per mobilitarci, dimostriamo di esserci.
E soprattutto, non siamo soltanto il futuro. Siamo il presente. Viviamo oggi la scuola, il lavoro, le nostre città e le difficoltà della società. Non possiamo essere invitati continuamente ad aspettare il nostro turno, con la promessa che un giorno saremo noi a decidere.
Non ci basta sentirci dire cosa dovremmo fare per costruire il futuro. Vogliamo poter contribuire a decidere il presente, avanzare proposte, criticare ciò che non funziona e prenderci gli spazi che ci spettano.
La mobilitazione del Martin Luther King racconta proprio questo: non vogliamo limitarci a subire decisioni prese da altri. Vogliamo discutere, proporre e avere voce sulle questioni che riguardano direttamente la nostra vita.
Per questo il dialogo non dovrebbe essere una risposta alla protesta, ma il modo per affrontare i problemi prima che diventino conflitto.
Ascoltarci non significa darci sempre ragione. Significa riconoscere che abbiamo il diritto di essere ascoltati e presi sul serio.
Perché mentre ci dicono che siamo il futuro, noi vogliamo essere il presente!
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