In Amarga Navidad, Pedro Almodóvar torna a raccontare il cinema, la memoria e le ferite che restano. Un film elegante e profondamente personale, pieno di rimandi alla sua opera ma lontano dall’autocelebrazione.
Raccontare una storia è una finestra sul mondo che si vive e si conosce – una finestra, come quella dipinta nel quadro di Asher Liftin che apre il film – e non può, con tutta la buona volontà, che lasciare tracce profonde. Certo, Amarga Navidad possiede l’eleganza degli ultimi Almodóvar – nella descrizione dei caratteri, degli ambienti, dei cromatismi e degli arredi – e gioca anche con continui rimandi ai suoi vecchi film, come la Lanzarote de Gli abbracci spezzati, la canzone Las simples cosas di Chavela Vargas (cantata da Amaia Romero), che rimanda a Parla con lei, la crisi creativa di Dolor y gloria e le rumbe affettive di Volver.
Almodóvar, però, sa essere suggestivo senza cadere nell’autocelebrazione, vuole essere onesto senza rischiare di diventare didascalico. E la somma di tutto questo peso morale si può esorcizzare solo attraverso l’unico gesto che conosce: raccontare e fare cinema. A modo suo. Perché, in fondo, come chiude la canzone di Vargas, “si ritorna sempre ai vecchi luoghi, dove si amava la vita”.
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