Nel Consiglio comunale del 15 luglio a Muggiò, la maggioranza di centrodestra ha approvato una mozione per intitolare una via o una targa a Sergio Ramelli, giovane militante neofascista ucciso nel 1975. Il centrosinistra, pur riconoscendo la tragicità dell’episodio, ha proposto un emendamento per allargare il ricordo a tutte le vittime dell’odio politico degli Anni di Piombo, nella speranza di disinnescare una scelta divisiva e dare un segnale unitario contro la violenza. Ma la maggioranza ha respinto la proposta con toni rigidi rifiutando ogni apertura.
Il dibattito in aula si è presto trasformato in una piattaforma per il consueto revisionismo storico, senza alcuna distinzione tra chi ha combattuto per la libertà e chi l’ha negata. Una semplificazione pericolosa, che alimenta la retorica di una “memoria neutra”, utile solo a strumentalizzare il passato per obiettivi politici del presente.
Nel frattempo, l’ANPI di Muggiò ha espresso “forti perplessità e profondo sconcerto” in una lettera indirizzata al Sindaco Michele Messina, mettendo in guardia contro la strumentalizzazione della figura di Ramelli da parte della destra radicale e richiamando la città alla sua storia antifascista, fatta di lotte per la libertà e contro ogni forma di totalitarismo.
A rendere ancora più preoccupante il clima è stato il comportamento in aula dopo l’approvazione della mozione: gli applausi scroscianti del pubblico, militanti di destra venuti apposta da tutta la Provincia per l’occasione. Un gesto chiaramente politico, non spontaneo, accolto in silenzio dalla Presidente del Consiglio comunale, che ha scelto di non intervenire, lasciando che l’istituzione pubblica si trasformasse in una curva da stadio occupata dalla destra radicale.
Intitolare una via è un atto carico di senso: orienta la memoria, definisce i valori condivisi. Farlo ignorando il contesto, rifiutando ogni proposta di sintesi e legittimando di fatto una narrazione unilaterale della storia, significa parlare a una parte sola della città, lasciando fuori tutto il resto.
Forse non è una questione di memoria divisa, ma di responsabilità pubblica: saper distinguere tra ricordo e propaganda, tra legittima commemorazione e strumentalizzazione politica. È da qui che passa la maturità democratica di una comunità. E ogni Consiglio comunale, anche il più piccolo, ha il compito – e l’occasione – di dimostrarla.
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