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Domenico e i 290 giorni di attesa sul fine vita

    290 giorni. Più di nove mesi e mezzo. Tanto è durato il percorso di Domenico prima di poter accedere al suicidio medicalmente assistito in Lombardia.

    Dietro questo numero, però, non c’è soltanto una pratica amministrativa. C’è una persona. Ci sono mesi di malattia, di sofferenza, di perdita progressiva dell’autonomia e di attesa. E soprattutto c’è una domanda che la politica non può continuare a rimandare: quanto deve aspettare una persona che ha già deciso, nelle condizioni previste dalla legge e dalla Corte costituzionale, di porre fine alle proprie sofferenze?

    La vicenda di Domenico ha un doppio significato. Da una parte rappresenta un passo importante: per la prima volta in Lombardia il percorso previsto dalla giurisprudenza costituzionale ha trovato concreta applicazione fino al suo esito. Dall’altra, però, evidenzia tutte le difficoltà di un sistema che ancora oggi può costringere una persona gravemente malata ad attendere per mesi prima di ottenere una risposta.

    E qui emerge il vero problema politico.

    Il riconoscimento di un diritto non è sufficiente se esercitarlo diventa un percorso a ostacoli.

    La Corte costituzionale ha individuato condizioni precise entro le quali una persona può accedere al suicidio medicalmente assistito. Non si tratta quindi di una scelta priva di limiti o di controlli: parliamo di situazioni estremamente circoscritte, che richiedono, tra le altre condizioni, una patologia irreversibile, sofferenze ritenute intollerabili, la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli e, nei casi previsti, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.

    Proprio per questo serve una normativa chiara.

    Non possiamo lasciare che l’accesso a un diritto dipenda dalla Regione in cui una persona vive, dai tempi delle commissioni, dalle procedure interne delle strutture sanitarie o dalla capacità del singolo malato e della sua famiglia di affrontare una complessa battaglia burocratica.

    La sofferenza non può diventare una pratica da mettere in coda.

    È necessario approvare una legge nazionale che definisca procedure uniformi, controlli rigorosi e soprattutto tempi certi. Garantire tempi certi non significa abbassare le tutele. Al contrario, significa rendere effettive quelle tutele evitando che la complessità amministrativa finisca per trasformarsi in un ulteriore peso per chi è già in una condizione di estrema fragilità.

    Su questo tema è necessario anche respingere una falsa contrapposizione. Regolamentare il suicidio medicalmente assistito non significa invitare le persone a togliersi la vita, né significa considerare la vita umana priva di valore. Significa riconoscere che esistono situazioni limite nelle quali una persona, dopo aver affrontato una malattia incurabile e una sofferenza divenuta per lei insostenibile, chiede di poter esercitare una scelta nel rispetto di condizioni precise e attraverso un percorso medico controllato.

    Si può essere favorevoli o contrari a questa possibilità. È legittimo avere convinzioni etiche, filosofiche o religiose differenti. Ma queste convinzioni non possono impedire alla politica di affrontare il problema concreto di chi oggi si trova in quelle condizioni.

    Perché mentre discutiamo, le persone continuano ad ammalarsi, a perdere autonomia e a soffrire.

    La politica dovrebbe avere il coraggio di occuparsi anche di queste situazioni. Non per decidere al posto delle persone, ma per garantire che nessuno sia costretto ad affrontare da solo gli ultimi mesi della propria vita e che chi, nelle condizioni previste dalla legge, chiede di poter scegliere non debba aspettare nove, dieci o dodici mesi per ottenere una risposta.

    La storia di Domenico dovrebbe quindi rappresentare un punto di partenza, non un punto di arrivo.

    Il punto non è stabilire se il suicidio medicalmente assistito debba diventare una bandiera della destra o della sinistra. Il punto è se lo Stato sia capace di garantire dignità, autodeterminazione e tutela alle persone anche quando si trovano nella condizione più fragile della loro vita.

    Perché 290 giorni, quando si sta soffrendo e si sa di avere una malattia irreversibile, non sono semplicemente 290 giorni. Sono 290 giorni di vita vissuti nell’attesa di poter scegliere come concluderla.

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