Nell’estate in cui tutti parlano del viaggio di un uomo che attraversa il Mediterraneo cercando soltanto di arrivare a casa, c’è uno strano parallelismo con quanto è accaduto a Ceuta.
La legge dell’ospitalità
L’Odissea ci ricorda quanto i popoli affacciati su questo mare siano uniti da una storia comune. Cambiano le lingue, le religioni e le sponde, ma il Mediterraneo rimane uno spazio condiviso, attraversato da secoli da persone, merci, guerre, speranze e racconti. Da nord, da sud, da ovest o da est, è sempre lo stesso grande “lago”, che può separare ma che, prima ancora, mette in relazione.
Nel film, più che nel racconto omerico, si dice che alla base della civiltà ci sia la legge di Zeus, la legge dell’ospitalità. Lo straniero che bussa alla porta deve essere accolto prima ancora che gli venga chiesto chi sia e da dove venga, potrebbe perfino essere un dio sotto mentite spoglie.
È un’immagine che parla anche alla cultura cristiana. Nel Vangelo, Cristo si identifica con chi ha fame, con chi ha sete, con chi è straniero. «Ero forestiero e mi avete ospitato». E aggiunge, «tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».
Per questo colpiscono la freddezza e l’egoismo con cui spesso si parla di ciò che sta accadendo a Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa nordafricana. Migliaia di persone, attirate da false notizie diffuse sui social secondo cui il confine era aperto, hanno tentato di raggiungerla dal Marocco, entrando in acqua, scavalcando recinzioni o affrontando passaggi estremamente pericolosi. Molti erano giovanissimi. Alcune, troppe, hanno perso la vita affidando tutte le proprie speranze a un tentativo disperato di oltrepassare un confine.
Oltre la polarizzazione
Davanti a immagini simili, c’è chi promette di chiudere tutto, come se bastasse innalzare una barriera per fermare un fenomeno antico quanto l’umanità. Ma l’alternativa non è aprire tutto o rinunciare a governare gli ingressi, né limitarsi ad affermare un principio di accoglienza senza indicare gli strumenti necessari per renderlo concreto e sostenibile.
Tra la chiusura e l’assenza di regole esiste uno spazio più ampio. Servono regole, strumenti e responsabilità condivise per gestire i confini esterni dell’Europea e ciò che avviene dopo l’ingresso, dall’accoglienza fino all’integrazione. Questo significa tenere insieme sicurezza e umanità, controllo e protezione.
In un mondo ideale, forse, non esisterebbero confini. Ogni persona potrebbe scegliere liberamente dove vivere, lavorare e cercare la propria realizzazione. Non è però il mondo nel quale viviamo. Gli Stati hanno bisogno di sapere chi entra nel proprio territorio per garantire sicurezza e organizzare l’accoglienza.
I controlli dovrebbero servire a distinguere le diverse situazioni, chi può rappresentare un pericolo, chi ha diritto alla protezione e chi cerca semplicemente di costruirsi una vita altrove. Non dovrebbero diventare muri che obbligano una persona a mettere la propria vita nelle mani del mare pur di presentare una richiesta, cercare una cura o inseguire una possibilità.
Chi fugge e chi insegue
La migrazione non può semplicemente essere fermata. Si può e si deve governarla, ma gli esseri umani continueranno a spostarsi. C’è chi parte per fuggire da una guerra, dalla fame o dalla persecuzione e chi insegue uno studio, un lavoro, un amore, una vita diversa.
Non tutte queste partenze sono uguali. Lasciare casa propria con un contratto, un passaporto e un biglietto aereo non è la stessa cosa che entrare in mare di notte rischiando di annegare. Eppure, all’origine, possiamo riconoscere una spinta comune, la ricerca di un luogo nel quale sia possibile immaginare il proprio futuro.
La fuga dei cervelli e Ceuta sono due sponde dello stesso mare. Così ci interroghiamo su come far tornare i primi, mentre i secondi diventano numeri, flussi, emergenze. Eppure, anche nei loro racconti compaiono desideri che conosciamo: studiare, lavorare, curarsi, aiutare la propria famiglia, vivere con maggiore libertà.
Guardando i video e ascoltando le interviste dei ragazzi arrivati sulle spiagge di Ceuta, è difficile non provare empatia. Non perché ogni ingresso possa essere accolto senza regole o perché non esistano problemi concreti, ma perché davanti a noi ci sono persone, molte delle quali minorenni, che non possiedono quasi nulla e hanno appena rischiato tutto. Centinaia di minori non accompagnati sono rimasti bloccati in una città con strutture di accoglienza sovraccariche.
Umanità e responsabilità europea
La prima risposta non può essere l’ostilità. Deve essere il soccorso.
Significa offrire acqua, cibo, un riparo e cure mediche, proteggere i minori e verificare le condizioni di chi chiede asilo. Poi verranno le decisioni sulla possibilità di restare o sulla necessità di tornare indietro. Ma prima viene il riconoscimento di una dignità che non dipende dal passaporto che si possiede.
Significa aiutare concretamente Ceuta e la Spagna. Ceuta è un confine esterno dell’Unione Europea, ciò che accade lì non è soltanto un problema spagnolo, è una responsabilità comune. Solidarietà europea significa mettere a disposizione risorse, personale, strutture di accoglienza e procedure condivise, senza lasciare il peso della gestione e della protezione soltanto sulle spalle di chi si trova alla frontiera. È ciò che chiediamo quando è l’Italia a trovarsi in difficoltà, dobbiamo metterlo in pratica quando ad avere bisogno è qualcun altro.
La risposta non può essere lasciare soli i territori di frontiera e ricostruire barriere tra gli Stati membri, limitando la libertà di circolazione ogni volta che si presenta una crisi. Così non proteggeremmo l’Europa, la indeboliremo sacrificando proprio i valori e le libertà che dovremmo difendere. Quando la disperazione viene sfruttata per creare caos e divisioni, le persone finiscono per diventare strumenti di pressione. Proteggere lo spazio europeo significa cooperare sui confini esterni, creare canali di ingresso legali e sicuri e impedire che il controllo delle migrazioni venga affidato, nei fatti, ai trafficanti.
Dove comincia la solidarietà?
La solidarietà non significa negare limiti, regole o difficoltà, ma impedire che cancellino la nostra umanità e la capacità di farci prossimi.
Di fronte a chi bussa, possiamo continuare a ripetere che nella locanda non c’è posto. Oppure possiamo domandarci se un’Europa più forte, più unita e più consapevole delle proprie responsabilità non possa trovare insieme una risposta diversa, più giusta, più efficace e soprattutto più umana.
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