Il 22 e 23 marzo i cittadini sono chiamati alle urne per decidere il futuro della magistratura. Un intervento che tocca sette articoli della Carta, ma che rischia di ignorare le vere emergenze dei tribunali italiani.
Non è una sfida tra partiti, ma una scelta sulle fondamenta della nostra democrazia. Il prossimo 22 e 23 marzo, l’Italia si fermerà per un appuntamento referendario che punta a ridisegnare il volto della giustizia. Al centro della consultazione c’è la riforma approvata lo scorso 30 ottobre 2025: un pacchetto di norme che modifica ben sette articoli della Costituzione, intervenendo direttamente sull’ordinamento della magistratura.
Una corsa senza confronto
Il primo dato che salta all’occhio è il metodo. La riforma è approdata al traguardo con una rapidità insolita, percorrendo un binario parlamentare privo di veri emendamenti o dibattiti approfonditi. Un passaggio così delicato, che tocca l’equilibrio tra i poteri dello Stato, avrebbe richiesto una riflessione corale. Invece, ci si trova davanti a un testo “blindato”, ora consegnato direttamente al giudizio degli elettori.
Il nodo della separazione delle carriere
Il vessillo della riforma è la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Un obiettivo che, tuttavia, i numeri sembrano ridimensionare a problema marginale. Dati alla mano, dopo la riforma Cartabia del 2022, i magistrati che cambiano funzione sono meno dello 0,5% annuo.
“Per i cittadini non cambierà nulla sul piano della giustizia concreta”, è il timore che serpeggia tra i tecnici. Lo ha ammesso, con una punta di realismo, lo stesso Ministro della Giustizia: la riforma non renderà i processi più brevi né inciderà sulle leggi applicate quotidianamente nelle aule.
Costi gonfiati e l’incognita del sorteggio
Se l’efficienza non è il primo traguardo, l’impatto burocratico è invece certo. La riforma prevede lo sdoppiamento del CSM e la creazione di una nuova Alta Corte per le sanzioni disciplinari.
- Costi stimati: tra gli 80 e i 100 milioni di euro annui in più.
- Metodo di selezione: l’introduzione del sorteggio per i componenti degli organi di governo.
Proprio il sorteggio appare come il punto più controverso: affidare al caso la scelta di chi deve decidere su carriere e responsabilità dei magistrati solleva interrogativi legittimi sulla qualità e la competenza di chi andrà a ricoprire ruoli così delicati.
Le “vere” urgenze restano al palo
Mentre il dibattito si concentra sull’architettura dei vertici, la base del sistema giustizia continua a soffrire. Le carenze di personale amministrativo, i vuoti d’organico tra i magistrati e la montagna di arretrati restano i veri ostacoli a una giustizia rapida. Senza cancellieri e assistenti, nessuna riforma costituzionale potrà mai accelerare i tempi di una sentenza.
Il rischio del “Divide et Impera”
Il sospetto dei critici è che, dietro la bandiera della separazione, si celi il rischio di indebolire l’autonomia della magistratura. Frammentare l’ordine giudiziario in organismi separati potrebbe esporlo maggiormente a influenze esterne, scalfendo quel principio di indipendenza che la Costituzione ha voluto proteggere sin dal 1948 sotto l’egida del Presidente della Repubblica.
Verso il voto: un “No” per la consapevolezza
In conclusione, la domanda che ogni elettore dovrebbe porsi davanti alla scheda è semplice: questa riforma migliorerà la vita del cittadino? Se la risposta non passa per processi più veloci o servizi migliori, ma per maggiori costi e incognite procedurali, la strada del NO si delinea come la scelta più coerente per chi intende difendere una giustizia che sia, prima di tutto, efficace e realmente indipendente.
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